• isabellamonga1997

Gravity e il paradigma della sopravvivenza

Gravity è una storia di vita, fantascientifica eppure al tempo stesso non impossibile. La scienziata Ryan Stone (Sandra Bullock), il comandante Matt Kowalsky (George Clooney) ed altri astronauti in missione su una stazione spaziale americana vengono colpiti da una tempesta di detriti metallici, al seguito della quale quasi tutti i membri dell’equipaggio perdono la vita. Ryan e Matt sono gli unici a sopravvivere, ma prima di poter raggiungere la Terra dovranno superare molti altri ostacoli, che porteranno alla morte di uno dei due.



Delizia di sognatori e bambini

Gravity è ambientato quasi per intero al di fuori del nostro pianeta, reso da Cuaron con così grande abilità da farlo sembrare reale. Il racconto inizia direttamente nello spazio, in una condizione pacifica: gli astronauti lavorano canticchiando e ascoltando musica, e la Terra li sovrasta e li osserva, bellissima e irraggiungibile nella sua perfezione. E’ il classico inizio di un racconto: incipit tranquillo ma improvvisamente sconvolto da un pericolo imminente, che ucciderà in pochi attimi tutto l’equipaggio. Questo ribaltamento della trama offre continue panoramiche delle stazioni spaziali e dei macchinari. La tecnologia, esaltata all’ennesima potenza, è anch’essa personaggio della storia, sebbene di sfondo, presente talvolta come nemica (i detriti e i malfunzionamenti) talvolta come aiutante. Si impone costantemente nelle scene, avvolgendo anche claustrofobicamente i personaggi, riflettendosi come luce di ogni colore sui loro caschi, lampeggiando di rosso, giallo e verde sui monitor e i tasti delle sale di controllo. La scienza trionfa in questo film: eppure la scienza è fallace, poiché creata dall’uomo, anch’esso limitato e soggetto ai propri errori, di cui spesso non può controllare le conseguenze.


La perizia tecnica di Cuarón

Molte cose possono essere dette sulla realizzazione tecnica di questo film. Partendo dalla musica, si può dire che essa segua uno schema piuttosto classico: lieve sottofondo, che progressivamente cresce con suoni inquietanti nelle scene di maggiore tensione, al fine di esasperarla ulteriormente. È sicuramente interessante notare la contrapposizione tra scene musicali e brevi momenti di assoluto silenzio, quello che dovrebbe circondare un ipotetico astronauta alla deriva. Sono proprio quegli istanti senza suono a rendere l’angoscia provata da Ryan.

Ma ci sono altri elementi tecnici che concorrono alla realizzazione di un senso di oppressione claustrofobica: le riprese in primissimo piano, soprattutto all’inizio del film, che chiudono la mente dello spettatore in uno spazio minuscolo e con pochissimo ossigeno; a queste immagini molto ravvicinate si contrappongono scene improvvisamente ampissime, che rendono un’idea dell’immensità dell’universo, per questo motivo ancora più spaventoso e opprimente.


Assistiamo al silenzio dello Spazio infinito in un alternarsi di claustrofobia/ agorafobia continua per tutta la durata filmica”. Terzo elemento da considerare, che è strettamente connesso con le tecniche di ripresa, è l’uso costante dello zoom per passare dai primi piani a scene ampie, e di conseguenza da una scena all’altra: in questa maniera, il continuum narrativo non viene disturbato. Ci sono poi molti elementi che ruotano fino alla nausea (Ryan,la scialuppa, gli oggetti,...), che ci fanno capire come nello spazio ci sia una mancanza totale dei punti di riferimento.


Altri osservazioni: l’alternarsi degli stessi colori (rosso, bianco, blu, nero e in parte giallo e verde), rende la scena estremamente complessa e profonda all’occhio. La grande presenza di colori scuri connota lo spazio della storia come un luogo quasi surreale, che si contrappone con un forte contrasto ai colori pastello e cristallini del lago in cui atterra Ryan alla fine del film). Nonostante la preponderanza di toni scuri, ogni scena è sempre illuminata da una luce forte, solitamente bianca, che sottolinea il soggetto della ripresa.

La Madre Terra

Cuarón, che viene dall’ormai affermato contesto della “Scuola Messicana” del cinema contemporaneo, adopera un “ribaltamento del canone della missione spaziale dove l'estensione ontologica allo Spazio, verso l'esterno e l'approdo a un nuovo mondo, viene sostituito da un ritorno alla Madre Terra”. Il pianeta è un altro dei personaggi del film: sempre presente sullo sfondo ma immutabile, non incide in alcun modo sul viaggio dei personaggi, se non per la forza di gravità con cui attrae verso di sé la scialuppa della scienziata. Il mondo è un Eden, una terra promessa ed irraggiungibile, percepita come ancora più lontana proprio perché ad un passo dai personaggi, eppure inafferrabile. E’ una certezza nella mutevolezza dello spazio che circonda l’avventura dei personaggi, ma il ritorno ad essa non è più una promessa.


Religiosità e spiritualità

Proprio il desiderio di tornare a casa diventa la forza motrice che spinge la protagonista a superare le difficoltà che la ostacolano. Dopo una prima fase del film, caratterizzata dal terrore e dalla debolezza, Ryan arriva alla stazione Russa, e nel momento in cui ci entra avviene la sua prima rinascita: toltasi la tuta, la scienziata si avvolge su se stessa in posizione fetale, e così illuminata dalla luce dell’oblò sembra un embrione, l’embrione di una stazione spaziale.


Nonostante, paradossalmente, sia stato l’essere umano ad aver creato la tecnologia, e non il contrario. In questa scena, scienza e natura si fondono e si completano in un tutt’uno circolare, e grazie ai colori tenui il contrasto tra metallo e pelle umano si sublima. Poco dopo, si profila la seconda rinascita, questa volta non più fisica ma spirituale, annunciata dalla presenza di una statuetta di Buddha, all quale Ryan rivolge con lo sguardo una preghiera silenziosa: le frequenze radio che giungono dalla Terra trasmettono parole di spensieratezza. E’ come se gli angeli del Paradiso (la Terra) le parlassero. In questo momento si realizza la connessione spirituale col suo pianeta, che si fa esso stesso divinità. E’ qui che avviene un momento immaginato, ma che potrebbe essere anche metafora di un momento trascendentale: l’anima di Matt entra in contatto con una persona ancora in vita.


Il contatto con l’aldilà, la vicinanza con la morte, la connessione con la Terra danno a Ryan l’occasione di riflettere su un trauma del suo passato, e di superarlo per trovare la forza di andare avanti. Matt le chiede infatti: “Che senso ha vivere? [...]Se decidi di vivere dovrai mettercela tutta. Mettiti comoda, goditi il viaggio. Devi piantare i piedi bene a terra e cominciare a vivere la tua vita.” Da quel momento Ryan ritrova se stessa, e afferma ciò che costituisce la maggiore forza degli uomini: il coraggio di provarci. Ed è infine sulla Terra, da cui trae energia, che si alza sulle sue gambe, anche se a fatica, e si erge, ripresa dal basso, contro il cielo azzurro. “"Gravity" di Alfonso Cuarón è un'opera sull'uomo e sulla sua caducità, di intensa emotività e di nitida bellezza”.


Tutte le citazioni sono state prese dal seguente sito:

http://www.ondacinema.it/film/recensione/gravity_cuaron.html

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